Pochi scrittori parlano della precarietà della loro professione e altrettanti hanno un'esperienza diretta del mondo del lavoro manuale. I molti pontificano, vendendo e firmando pile di libri in fiere e festival. Una netta differenza di classe tra chi finge di vivere di scrittura e chi ci si dedica con tutta la passione a sua disposizione.
L’autore-narratore lascia il proprio lavoro di fotogiornalista per inseguire la sua passione, la scrittura. Una precisazione è doverosa: l'autore-narratore non si crogiola mai nell'autocommiserazione, non si considera una vittima e non incolpa un sistema che presumibilmente favorisce solo coloro che hanno già le spalle coperte. Franck Courtès racconta come, avendo scelto di essere solo uno scrittore, riesca a sopravvivere trovando lavori per potersi mantenere attraverso le piattaforme di gig economy.
Una moltitudine di opportunità saltuarie dove vince chi si fa pagare meno e sfrutta il proprio privilegio di un nome francese. Courtès non è un rivoluzionario, non fa campagna per nulla, ma ciò che racconta con il suo stile arguto e incisivo colpisce dolorosamente. È una storia che turba, irrita e ferisce. Si tratta di un racconto autentico, scritto tra le avversità della vita quotidiana, la fatica e la sofferenza fisica.
Benedetta
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